Lecce - Vico degli Albanesi

(Scavi)

 

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Vico degli Albanesi

         

Fig. 1) Lecce - Pianta del centro storico

(P. Tagliente, 2002)

          Nel febbraio del 2002, in occasione del consolidamento e della ristrutturazione di un edificio in vicolo degli Albanesi, nel centro storico di Lecce, è stato effettuato un recupero d’urgenza da parte del Dottor Luigi Tondo, direttore del centro operativo di Lecce della Soprintendenza Archeologica della Puglia.

          Quest’operazione, che è avvenuta su segnalazione giunta quando però gli strati archeologici erano già stati rimossi, ha consentito una scoperta molto importante, dal momento che il materiale ceramico recuperato al di sotto del piano terra si è rivelato come pertinente allo scarico di una fornace d’età basso-post medievale, della quale però non si è riusciti ad individuare la struttura. Nonostante i limiti di questo tipo di rinvenimento insiti nel fatto di non costituire un contesto scavato stratigraficamente, l’importanza della scoperta è notevole poiché rappresenta non solo il terminus post quem per l’edificio della metà del XVI secolo, ma anche la prima prova archeologica dell’attività di vasai in Lecce, attività che è attestata dalle fonti scritte per il XVII secolo. (Fig. 1)

Fig. 2) Lecce - Vico degli Albanesi

Double Dipped Ware

(P. Tagliente, 2002)

          In questo periodo, è noto che le botteghe dei piattari erano concentrate in una zona della città subito all’interno della così detta Porta Ruggie (oggi Porta Rudiae), uno degli accessi alla città relativi alla cinta difensiva aragonese. Proprio qui la toponomastica stradale attuale, che ha conservato una “via dei figuli”, è specchio della destinazione artigianale di quest’area, nota nel Settecento come “l’isola delli piattari”e dove fino al secolo successivo la lavorazione della ceramica era ancora pratica. L’esistenza di questo quartiere dove i vasai alloggiavano ed operavano, è segno di un’attività ben consolidata e di più lunga tradizione, se si considera che anche una fonte indica nel Cinquecento l’esportazione di vasi da Lecce verso l’Albania e la Schiavonia.

Fig. 3) Lecce - Vico degli Albanesi

Bacino inciso

(P. Tagliente, 2002)

          Il fatto che il vicolo degli Albanesi si trovi in prossimità della Porta Porta Sancti Martini, ora non più visibile, che si apriva sulla via per lo scalo sul mare di San Cataldo, ossia ad una considerevole distanza da quello che doveva essere il quartiere dei vasai nella Lecce d’Età rinascimentale e moderna, dà adito così a nuove considerazioni sulla topografia urbana della città, sebbene vada ovviamente considerato che l’aver individuato l’esatto luogo di produzione. Nulla vieta che possa trattarsi di materiale trasportato da un altro luogo (certo non molto distante) ed usato come colmata; ciò non diminuisce comunque l’importanza del recupero.

Fig. 4) Lecce - Vico degli Albanesi

Ciotole invetriate policrome: RMR

(P. Tagliente, 2002)

 Il contesto risulta databile attraverso confronti con manufatti provenienti da alcuni contesti stratificati scavati di recente nel leccese, tra la fine del quattrocento e l’inizio del secolo successivo, vale a dire un periodo precedente a quello documentato dalle fonti scritte.

          È interessante notare, ancora, che questo vicolo, che insiste nella parte orientale di quella che dalla seconda metà del XIV secolo è nota dalle fonti come “giudecca” della città, dove c’erano le case di ebrei ed albanesi, dovrebbe comunque trovarsi, assieme alla limitrofa corte dei Magnesi, a ridosso della cinta difensiva della città, secondo l’ipotesi ricostruttiva del tracciato d’età normanna, che dovette subire successivi ampliamenti. Uno di questi, per il quale però non si è certi dell’entità e dell’effettiva dislocazione, è testimoniato, nel Trecento, dal codice di Maria d’Enghien.

          In ogni caso, dunque, come il quartiere dei vasai del Settecento, anche il sito del rinvenimento di questi scarti di XV secolo sembrerebbe trovarsi in una zona periferica della città tardo medievale, in prossimità, appunto, delle mura e del fossato di difesa, dove ben potevano trovare spazio fornaci e botteghe artigiane, data anche la disponibilità di zone libere dove scaricare residui e scarti di lavorazione.


Il materiale ceramico

 

Fig. 5) Lecce - Vico degli Albanesi

Forma chiusa invetriata policroma: RMR

(P. Tagliente, 2002)

          Il gruppo di materiali recuperato è stato esaminato in via preliminare per consentire di individuare classi e tipologie di vasi prodotti dalla bottega in questione, oltre che per formulare delle ipotesi sulla cronologia dei medesimi. Fanno parte del rinvenimento una consistente quantità di pani d’argilla cruda, frammenti di laterizi, ed un certo numero di scarti di prima cottura, per lo più frammenti mal cotti e talmente deformati per cui è impossibile l’attribuzione ad una specifica classe. Sebbene, inoltre, siano attestati alcuni frammenti di vasi con decorazione dipinta a bande nonché frammenti di pentole invetriate, per il numero esiguo e per il fatto che non si sono rintracciati al momento manufatti di scarto relativi a queste classi, non ci sono elementi sufficienti per ipotizzare anche questo tipo di produzione. Non sono attestati, invece, manufatti definibili come distanziatori da fornace.

Fig. 6) Lecce - Vico degli Albanesi

Brocca graffita

(P. Tagliente, 2002)

          Per quel che riguarda le classi rappresentate, riconosciute attraverso scarti per i quali è possibile una sicura attribuzione grazie a manufatti giunti al termine del processo produttivo, è stato possibile fin’ora stabilire che la fornace era specializzata nella produzione in serie di vasi da mensa realizzati in doppia cottura, rivestiti di ingobbio biancastro e vetrina piombifera, distinguibili in tre grandi categorie: invetriate, sia nella variante monocroma sia con decoro policromo in bruno, verde e rosso (“RMR” = Ramina/verde, Manganese/bruno, Rosso/rosso), in bruno e rosso o anche in  verde e rosso (Figg. 4-5); double dipped ware (o ceramiche a doppio bagno) (Fig. 2); graffite con decorazione policroma in verde e rosso. (Fig. 6)

          Attraverso il gruppo di materiali di vicolo degli Albanesi è dunque possibile, se non localizzare con certezza, sicuramente identificare quello che doveva essere almeno un atelier della ceramica della Lecce della fine del Quattrocento. Lo scarico di scarti del vicolo sembra rappresentare un gruppo talmente omogeneo per impasto e per le tipologie dei vasi, ed anche dal punto di cronologico, da far pensare ad un solo atelier, che poteva aver ingaggiato maestranze provenienti dal nord della Grecia o dai Balcani, quali probabili veicoli della tecnica del graffito. Tuttavia va considerato che in altre regioni, come l’Emilia ad esempio, in contesti simili a questo ed in assenza del rinvenimento delle fornaci, per accumuli di scarti di lavorazione è stata avanzata anche l’ipotesi che si trattasse  del risultato dell’attività di più botteghe vicine, o anche, come testimoniato da fonti scritte del pieno XVI secolo, questa volta del Lazio, che diversi artigiani potevano aver diviso la stessa fornace, pur producendo indipendentemente.

 

Tratto da:

Lecce. Il rinvenimento di scarti di una produzione di vasi da mensa della fine del quattrocento: primi dati,

P. Tagliente,

in «Archeologia Medievale», XXIX, 2002, pp. 453 555