ArcheoSalento - Rubriche

 

La Tafonomia

 

          Lo studio antropologico di una sepoltura deve necessariamente cominciare "sul campo", nel momento in cui essa viene rinvenuta. È infatti, attraverso un attento esame di ciascun elemento scheletrico e di ciò che lo circonda che è possibile ricollocare il corpo nel momento della sua deposizione, ricostruendo la posizione originaria del cadavere e le pratiche funerarie che lo hanno accompagnato. Lo scopo di uno scavo antropologico eseguito secondo una precisa metodologia è quello di raccogliere il maggior numero di informazioni sui resti scheletrici rinvenuti all’interno della sepoltura.
           Nel corso degli ultimi decenni, le tecniche di scavo sono progredite costantemente nel senso di una sempre maggiore precisione. In passato e purtroppo succede ancora, i resti ossei venivano semplicemente raccolti decontestualizzandoli. In questa maniera è ovvio che vanno persi innumerevoli dati a cui non si potrebbe evidentemente più accedere. Tale superficialità nasce, probabilmente, da un approccio sbagliato con un campo di ricerca, quale l’Antropologia, molto diverso e di per sé molto complesso rispetto all’Archeologia, ma anche perché l’archeologo sottovaluta le potenzialità delle informazioni che si potrebbero ricavare da una sepoltura, concentrandosi sul corredo o sulla struttura della tomba. A ciò si aggiunge anche l’inadeguatezza delle leggi italiane, rispetto a quelle di altri Paesi della Comunità Europea, che tutelano i resti umani antichi a seguito dell’immediato ritrovamento. È necessario quindi, che le due discipline interagiscano fortemente fra loro, che si rafforzi l’interdisciplinarietà e nasca l’idea della presenza sullo scavo di un team di esperti (e comprendiamo in questo caso anche l’archeozoologo e il paleobotanico) con l’unico scopo quello di offrire un quadro del contesto archeologico il più possibile completo ed organico.
           Abbiamo avuto la possibilità di studiare resti scheletrici umani scavati in altri contesti e ci siamo accorti che gli stessi antropologi hanno un differente approccio alla metodologia di scavo. Pensiamo che un importante passo da effettuare sia anche quello in qualche maniera di standardizzare i metodi di scavo, come già per lo studio antropologico dei resti ossei in laboratorio. Quello che possiamo fare nel nostro piccolo e di proporre una metodologia che pensiamo essere la più appropriata e precisa e che ci permetta di ricavare il maggior numero di informazioni.
           La raccolta della documentazione su una sepoltura, sia essa singola o multipla, ha inizio al momento della sua scoperta, effettuando foto e rilievi, se sono presenti, della copertura e della struttura tombale. I resti scheletrici umani vengono messi in luce utilizzando strumenti piccoli, come semplici bisturi da dentista, per evitare di spostare le ossa dalla posizione originaria di rinvenimento. Per facilitare il lavoro è di aiuto l’uso di un aspiratore con bocca d’aspirazione stretta per risucchiare la terra ed avere sempre la superficie pulita. Una pulizia accurata infatti, rende ovviamente più chiaro il contesto sepolcrale e più semplice la realizzazione di foto e rilievi. La terra raccolta nell’aspiratore verrà comunque setacciata per evitare che piccole ossa, piccoli oggetti in metallo, frammenti ceramici o qualsiasi altro resto aspirato vada buttato.

           Vanno effettuate numerose fotografie sui resti scheletrici sia in vista generale che a particolari dei distretti anatomici che possono chiarire gli spostamenti a cui lo scheletro, al momento del discioglimento dei tessuti, è stato soggetto. I rilievi dei resti scheletrici umani, triangolati e rilevati in scala 1:5 per gli adulti e in scala 1:2 o 1:1 per i bambini, devono essere accurati e corretti, affinché le ossa e le connessioni anatomiche siano riconoscibili. Si devono disegnare solo i reperti visibili, non quelli coperti, perciò è necessario effettuare diverse tavole, ovviamente sovrapponibili. Quando si smontano i resti, ciascun osso viene prelevato singolarmente, quotato e numerato. Viene presa la quota relativa d’appoggio dell’osso e non quella superiore: per le ossa lunghe si prendono le quote ad entrambe le estremità, per le ossa brevi una sola quota. L’osso viene incartato e il numero inserito all’interno. Il numero viene anche posizionato sul disegno in modo che l’osso numerato corrisponda all’osso che ha lo stesso numero sul disegno. Accanto al rilievo viene poi scritto l’elenco delle ossa prelevate con il rispettivo numero, la vista che l’osso presentava e la quota. La numerazione di ogni singolo osso è sicuramente opportuna quando si tratta di una sepoltura multipla affinché siano chiare la relazione di ciascun osso in ogni individuo e la cronologia/stratigrafia delle deposizioni, rendendo più facile la ricostruzione degli individui stessi in laboratorio; per le sepolture singole potrebbe sembrare meno utile, anche se è spesso accaduto che una sepoltura, apparentemente singola, sia risultata, in base agli studi effettuati in laboratorio, multipla perché erano presenti al suo interno ossa della deposizione precedente.
          Prima di smontare i resti, per ogni sepoltura è necessario effettuare una relazione dettagliata in cui descrivere la posizione complessiva del corpo, l’orientamento e quindi, seguendo l’ordine anatomico, ciascun osso e quale faccia l’osso presenta al momento del rinvenimento, rilevare con attenzione quali e quante connessioni si sono mantenute, quali sono i limiti della fossa, affinché i resti scheletrici siano relazionati tra loro e con gli altri elementi della tomba.
           L’uso di schede prestampate, in cui si tenta di semplificare la descrizione dei resti scheletrici, a nostro avviso è inefficace poiché una sepoltura non è mai uguale ad un’altra e non è possibile standardizzare una tale e diversa complessità di fattori e informazioni.
           Lo scopo fondamentale di una completa e precisa descrizione è quello di risalire alla posizione originaria del corpo, quella cioè che il cadavere aveva al momento della deposizione, ipotizzando in che maniera gli agenti tafonomici, e quali, abbiano agito sul cadavere, siano essi di origine naturale o umana, modificando anche notevolmente la posizione originaria del cadavere.
Con il termine ″tafonomia″ (dal greco taphos, sepoltura e nomos, normativa) si indica l’analisi dell’insieme dei processi che hanno interessato i resti umani dalla deposizione del cadavere fino alla definitiva scoperta della sepoltura da parte dell’antropologo.
Dopo qualche settimana, in condizioni normali, inizia la decomposizione del cadavere: i tessuti molli si sciolgono e il cadavere perde il volume originario del corpo.
           Compito dell’antropologo è osservare le connessioni ed esaminare gli eventuali spostamenti delle ossa, piccoli o eclatanti che siano, per poter risalire alla posizione originaria del cadavere e identificare quali agenti tafonomici e come tali agenti abbiano agito sul cadavere.
           Esistono diversi agenti tafonomici; basti pensare all’acqua o ai piccoli animali che infiltratisi nelle tombe, possono spostare le ossa più piccole e leggere o all’uomo stesso, che per riutilizzare la stessa sepoltura sposta i resti del cadavere, siano essi scheletrizzati o meno, all’interno o nei pressi della stessa tomba o in un’altra; posture o spostamenti evidenti possono essere spiegate con l’uso per esempio di un sudario, di una bara lignea o di una lettiga, utilizzati al momento della deposizione e ormai scomparsi al momento del ritrovamento. L’agente tafonomico di cui si deve tener conto in ogni caso è ovviamente la forza di gravità: la scomparsa dei tessuti molli infatti, crea spazi vuoti nei quali le ossa possono spostarsi quando cedono gli stessi legamenti. Ovviamente vi sono alcune articolazioni che cedono più rapidamente, parleremo in questo caso di connessioni labili, ed articolazioni che resistono più a lungo ai processi di decomposizione, cioè le connessioni persistenti.
           La base di partenza per una corretta interpretazione tafonomica è costituita naturalmente dai rilievi, dalle foto e soprattutto dalla relazione che abbiamo effettuato sullo scavo. L’attento esame delle connessioni ci aiuta a comprendere le modalità di decomposizione del corpo e capire se questa è avvenuta in uno spazio vuoto o in uno pieno e individuare i tempi e le modalità del rituale funerario, ossia comprendere se si tratta di una deposizione primaria o secondaria o se si tratta di una riduzione. Le sepolture multiple, nelle quali viene rinvenuto più di un individuo, presentano spesso maggiori difficoltà di interpretazione, rispetto alle sepolture individuali. La prima difficoltà riguarda la determinazione dei tempi di deposizione dei diversi corpi e anche in questo caso si dovrebbe distinguere tra sepolture primarie o secondarie (ad esempio ossari) ed individuare le modalità di decomposizione attraverso il riconoscimento dei fenomeni tafonomici.
           È evidente come siano innumerevoli e altrettanto fondamentali i dati Solo con un’analisi tafonomica puntuale è possibile effettuare uno studio antropologico approfondito senza la quale i resti osteologici perderebbero ogni dimensione culturale.
 

 

Tratto da:

 Norma LoNoce,

La Tafonomia,
http://associazioneantropologicataphos.blogspot.com/

 

 

 

 

Google
Web www.archeosalento.it