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Castro - Approdo di Enea realizzato da Ink Link |
L’appassionante scoperta archeologica a Castro di un santuario,
molto probabilmente dedicato ad Atena, è stata raccontata nel volume
curato da Francesco D’Andria, docente di archeologia e direttore
della scuola di specializzazione in archeologia classica e medievale
all’università di Lecce, Castrum Minervae (Congedo, Galatina 2009,
pp. 300, euro 35). Il libro raccoglie i risultati degli scavi
compiuti nel 2007 e 2008 che suscitarono ampio interesse nazionale e
internazionale: oltre alle riviste scientifiche, se ne occupò anche
The Independent con un’intera pagina (« In the steps of a Trojan
hero », 27 aprile 2007).
Di probabile origine
cretese o greca, popolata dai Messapi per testimonianze che
risalgono all’VIII secolo a.C., la fortezza di Castro divenne
colonia romana nel 123 a.C. col nome di Castrum Minervae, toponimo
derivato dal tempio in onore di Pallade Atena, per i greci, quella
che era la dea Minerva per i romani. Ne parlò anche Virgilio nel III
libro dell’Eneide, termine finale di una tradizione letteraria che
identificava in questo luogo l’approdo di Enea in Italia: «Il porto
si curva in arco contro il mare d’oriente, due promontori schiumano
sotto l’urto delle onde e il porto vi sta nascosto; gli scogli come
torri proiettano due braccia che sembrano muraglie; il tempio è
lassù in alto, ben lontano dal mare».
La questione dello sbarco
dell’eroe troiano è sempre stata dibattuta, sin da epoca umanista,
dai letterati salentini, con il luogo dell’arrivo identificato anche
in Porto Badisco o Roca Vecchia. Oggi la corrispondenza tra fonti
letterarie, dati topografici e nuove scoperte archeologiche, sembra
accreditare in modo quasi definitivo l’ipotesi di Castro.
«L’impianto di un santuario di Atena a Castro - dice D’Andria - va
collegato a tradizioni antiche, adombrate nel mito di fondazione da
parte di Idomeneo, e certamente i materiali del VI secolo a.C. si
riferiscono ad una frequentazione cultuale già in età arcaica.
L’intensificarsi della frequentazione corrisponde al IV e III secolo
a.C. e si lega al mondo della Magna Grecia». Gli scavi compiuti nel
2007 riguardarono la zona sud-orientale della cittadina, dalla parte
del mare, nelle località Capanne e Muraglie, a ridosso dei resti
delle mura messapiche risalenti alla seconda metà del IV secolo a.C.
Qui furono rinvenuti frammenti di ceramiche a forme aperte, coppette
ad ansa unica, boccali decorati a cerchi concentrici sul fondo e
verniciati sull’orlo, che chiaramente sono da collegare a pratiche
di libagione. Furono anche ritrovati resti ossei di astragali e
ovicaprini, con parti asportate e abrase, indice di pratiche
religiose, come la macellazione, la combustione e l’età giovanile
degli animali scelti per i sacrifici.
Emersero
contemporaneamente cocci di ceramiche da fuoco, pentole con l’orlo
ripiegato all’esterno, che provano un consumo di pasti rituali, così
come sono state ritrovate parti di trozzelle provenienti da altre
città messapiche, testimonianze di una frequentazione regionale del
luogo di culto. Il carattere religioso dell’area sarebbe confermato
dagli oggetti in ferro rintracciati, punte di freccia e di lancia,
armi che rimandano al culto di Atena come in altri siti siciliani e
della Magna Grecia dedicati alla dea. È dunque certo che tutta la
fascia sud-orientale dell’abitato sia interessata da depositi di
carattere votivo per un’area di almeno 35 metri, che
corrisponderebbe, nell’insediamento antico, ad un «Athenaion» aperto
alla vista del mare e del porto. Pezzi di vasi in marmo, di una
statua femminile in calcare a grandezza naturale, il triglifo di un
frontone appartenente ad un tempio ne sarebbero ulteriore garanzia.
Ma la svolta definitiva è avvenuta nel maggio del 2008, quando gli
archeologi Amedeo Galati e Emanuele Ciullo trovarono una statuetta
bronzea di Atena Iliaca con elmo frigio. Questa statua ha le stesse
caratteristiche di due bronzetti scoperti nel santuario di Atena a
Sparta, con una simile postura della gamba sinistra flessa
all’indietro, e con indosso il peplo e l’elmo a calotta. Anche il
movimento delle braccia richiama gli esemplari spartani che nella
destra reggono una «phiale» e nella sinistra una lancia: i tre
reperti corrispondono ad un modello statuario comune che è quello di
Atena. Come scrisse una volta Strabone, «a Roma Atena viene chiamata
Iliaca come se fosse venuta da Ilio».
L’«Athenaion» di Castro,
oltre ad avvalorare l’importanza religiosa del luogo, attesta anche
il significato geografico della sua collocazione, in rapporto alle
rotte marine antiche lungo tutto il promontorio iapigio, che
comprendeva la parte meridionale del Salento tra Otranto e Leuca.
«Il culto di Atena - conclude D’Andria - dea della "metis", appare
legato in tutto il Mediterraneo alla navigazione e ai luoghi sul
mare che ne segnano punti di riferimento importanti, come i
promontori e gli stretti. La presenza di Atena a Castro appare
particolarmente significativa perché dall’acropoli si domina tutta
la costa sino al capo di Leuca e nei giorni limpidi appaiono nitide
le sagome dei monti Acrocerauni, sulla costa albanese. Siamo nel
punto più stretto del canale di Otranto». Queste ricerche sono state
possibili grazie ad una collaborazione iniziata dieci anni fa con un
protocollo tra Comune, soprintendenza per i Beni Archeologici e
università del Salento: è un esempio di buona pratica che dà la
misura di quali risultati, di rilievo internazionale, sia possibile
ottenere se le istituzioni sanno coordinarsi e puntare sulla
cultura, cosa che alla fine ripaga sempre, anche in termini di
marketing del territorio. Ora a Castro si sta lavorando
all’itinerario ai piedi delle mura, attraverso gli orti terrazzati
che circondano la cittadina, per ammirare i grandi blocchi costruiti
dai Messapi.
Tratto da:
Felice Blasi
Corriere del Mezzogiorno.it
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